MARIASOLE

Luce nuova tra le vigne

MariaSole nasce come un omaggio alla vita che arriva, all’energia che esplode, al calore di un nome che è già luce. È il 2021 quando viene alla luce la piccola MariaSole, figlia di Nadia Zenato. E proprio in quell’anno speciale, prende forma questa cuvée, pensata per custodire la meraviglia della nascita e trasformarla in vino. È una promessa, una carezza, un futuro in fermento. Composta per il 67% da Riesling Renano e per il resto da Turbiana di Lugana, MariaSole si presenta con un delicato giallo dorato e un profilo aromatico elegante e profondo: note di agrumi, fiori d’acacia e un soffio leggero di vaniglia, che avvolge e conquista. Al palato è ricco e minerale, con sfumature di burro di nocciola che danzano fino alla chiusura, lunga e persistente. È un vino con anima, destinato ad affinare nel tempo e a crescere, proprio come la sua ispirazione. Anche la bottiglia è parte del racconto. Per darle un volto autentico, è stata invitata l’artista Claudia Losi a interpretare l’essenza di MariaSole. Dalla sua visione sono nate tre animule: forme bianche, pure e misteriose, ispirate da gesti, suoni e frammenti raccolti durante un incontro profondo con il nostro mondo.

SANSONINA

Un segreto tutto femminile

C’è un’energia che vibra forte tra le vigne di Sansonina. È quella che nasce dall’incontro tra forza e dolcezza, tra passato e futuro, tra il coraggio di osare e la grazia di chi sa ascolta. Il nome viene da Sansone, l’eroe potente con un segreto tutto femminile: i suoi lunghi capelli. È lì, nell’equilibrio tra gli opposti, che nasce la nostra identità. A pochi passi da Peschiera del Garda, in una cascina del Settecento, oggi si respira un’aria nuova. Il restyling firmato dall’architetto Bò ha trasformato la cantina in un luogo che racconta: forme essenziali, linee morbide, luce che entra e accarezza. Ma la vera rivoluzione parte dalla terra. Dal 2023 siamo un’azienda biologica, grazie alla visione di Nadia Zenato e alla nostra voglia di prenderci cura del mondo che ci ospita.

Quando il selvatico si eredita

di Sofia Baldi Pighi

L’artista italiana Claudia Losi immagina un trittico di “animule” per inaugurare la nascita del nuovo vino MariaSole. Le animule sono creature fatte di carta che l’artista strappa e assembla dal 2020 durante una serie di laboratori rivolti ai bambini e adulti di tutte le età. L’artista e il pubblico, senza mai usare le forbici, strappano lentamente la carta dosando la forza delle dita per dirigere la mano e, pian piano, creano il contorno della figura. Dal laboratorio condotto in cantina da Claudia Losi, che ha visto coinvolto tutto il personale, è nato un racconto a tre atti in cui le animule sono protagoniste, esseri ibridi, a metà fra animali e animali-umani. Le animule sono esseri fantastici che riecheggiano gli spiriti dei boschi, hanno l’intuito acuto dei folletti, la saggezza delle ninfee mediterranee.

In occasione del lancio del vino MariaSole, Losi ha evocato le sue creature fantastiche in cantina con una performance di ombre, suono e voce, come ha già fatto in passato in diversi contesti, dai musei (Museo della Montagna, Torino, 2025) ai palazzi affrescati (Camera dei Giganti, Palazzo Te, Mantova, 2024), dalle scuole fino al bosco, sia in Italia che all’estero (CDMX, Messico, 2023). Le animule che abitano le bottiglie di MariaSole sono pensate come custodi di una saggezza antica, dove l’essere umano non è un binomio contrapposto alla natura, ma un frammento minuscolo di un unico organismo. Per rievocare questo equilibrio l’artista sembra ispirarsi al mito della dea Diana, divinità del bosco e della caccia, e della sua corrispettiva greca Artemide, dea dei boschi e della luna, per immaginare una nuova iconografia, una versione alternativa del selvatico e del processo di metamorfosi.

La prima scena ritrae un cervo e un’animula nell’atto di guardarsi, di conoscersi, o come potrebbe far pensare la mano aperta rivolta in avanti, nell’atto di accarezzare il muso dell’animale. Nella versione dell’iconografia di Diana proposta da Losi, l’antico mito viene disarmato della sua crudeltà: la dea non è più cacciatrice, non brandisce armi, e sceglie invece un incontro gentile con l’animale. Rispetto al mito antico, l’interpretazione dell’artista riprende la tradizione rinascimentale e barocca, dove l’animale non è più preda ma un compagno sacro, celebrato al fianco della dea. La dea non sottomette la natura, la accoglie, la incorpora e si trasforma nella custode di un nuovo patto con la natura, dove il femminile non predatorio sostituisce il linguaggio della caccia con quello della complicità. Nella rappresentazione di Losi sembra impossibile distinguere la preda dal predatore, l’accudito da cui accudisce creando un andirivieni continuo che rifiuti i ruoli stabili e ci porta a riflettere sulla mutevolezza dei nostri ruoli.

La seconda scena rappresenta due figure femminili, colte nell’atto di darsi le spalle. Entrambe hanno chiome maestose, una ha i capelli infuocati ed è colta nel momento in cui soffia via un bacio, mentre l’altra ha corna di cervo al posto dei capelli e una mano rivolta all’esterno. Qui la chioma infuocata e le corna di cervo non sono semplici ornamenti, ma marchi di un’identità ibrida, un corpo selvatico che non viene domato ma accolto. Dai serpenti di Medusa fino alla Shahmaran curda, è nei capelli che si è sempre manifestata la forza femminile ed è sulla chioma che si concentra un immaginario estetico irriverente e fortemente generativo.

Nella terza scena tornano protagoniste due figure femminili e il trittico si apre a un registro giocoso: due spiritelle gemelle, dandosi le spalle fanno la pernacchia e dai capelli si sprigionano raggi di fiamme. L’energia del fuoco non è minaccia, o forza da domare, ma un gioco e le spiritelle disturbano l’aria con la leggerezza dei dispettosi, una vitalità che arde senza distruggere, che scalda e diverte, mostrando come il femminile possa esprimersi non solo nella cura solenne, ma anche nella libertà del riso e dello scherzo.

Il trittico di Losi dedicato al selvatico e all’iconografia di Diana (o Artemide) si spoglia delle componenti violente della sopraffazione umana per farsi emblema di rispetto e riconciliazione fra specie diverse. Losi ripensa la trasmissione del selvatico e la sua eredità culturale rimodulando il mito antico, trasformando il senso e la morale e contribuendo a modificare i valori che introiettano sin da piccoli. Da Diana ad Artemide passando per il cervo e le chiome infuocate, tutto diventa segno di forza femminile, mai aggressiva. Le animule per la bottiglia MariaSole celebrano quindi un femminile saldo e coraggioso, che pulsa, ride e continua a esistere nella tradizione della cantina Sansonina.

Località Sansonina
37019 - Peschiera del Garda - Verona

Azienda Agricola La Sansonina

Sansonina è una cantina biologica a Peschiera del Garda, nata in una cascina settecentesca. Produciamo Lugana DOC ( anche a fermentazione spontanea ) e rossi Garda da Merlot e Cabernet. Visite e degustazioni su prenotazione.

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Azienda Agricola La Sansonina di Prospero Carla e C.S.S. - Località Sansonina - 37019 Peschiera del Garda - Verona - Italia
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